Quando le gambe fanno Giacomo Giacomo in italiano?

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Perché la gambe fanno “Giacomo Giacomo” e non “Luca Luca” o “Matteo Matteo”? Come ogni fine settimana, scegliamo un quesito linguistico risolto dall’Accademia della Crusca. «La questione è stata ampiamente trattata in un articolo di Ornella Castellani Pollidori all’interno del volume L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni (Firenze, Le Lettere, 2002, pp. 333-356)», rispondono.

Perché le gambe fanno “Giacomo Giacomo”? 

La Crusca risponde “Le attestazioni del detto in epigrafe ricavabili dalla lessicografia sto­rica sono decisamente scarse. D’altra parte, non c’è da meravigliarsi che emerga di rado nella tradizione letteraria una formula decisamente conno­tata in senso popolare, e perciò viva soprattutto nell’uso parlato, com’è questa che attribuisce alle gambe la curiosa proprietà di fare, in determi­nate situazioni, giacomo giacomo. Basti dire che gli esempi d’autore forniti dai dizionari storici non supe­rano complessivamente il numero di sei. Si va dall’isolata attestazione nella commedia La serva nobile (1660) del fiorentino Giovanni Andrea Moniglia (1624-1700), data dalla V impress. del Vocabolario della Crusca, alle cin­que – nell’ordine: di Moniglia, Giovanni De Gamerra, Collodi, Idelfonso Nieri, Bacchelli – registrate nel Grande Dizionario della Lingua italiana fon­dato dal Battaglia (GDLI); una sesta testimonianza, che risulta poi la più precoce essendo quella offerta, a due riprese, dall’Eneide travestita (1633) dell’umbro Giovan Battista Lalli (1572-1637), si ricava dal Tommaseo-Bellini (s. v. Giacobbe, 4)”.

Si citano poi le attestazioni ancora anteriori nella commedia dialettale La Pace (1561) del veneziano Marin Negro, individuata da Massimo Bellina, e nel Baldus (1517/1518) di Teofilo Folengo, segnalata da Ottavio Lurati a proposito della quale “inutile dire che il mac­cheronico folenghiano garantisce appieno la vitalità popolare dell’espres­sione”.

La Castellani Pollidori stessa ne aggiunge un’altra che “precede di ben 83 anni la cop­pia di attestazioni dell’Eneide travestita del Lalli. Devo la piccola scoperta a un accenno che mi ha colpito nello scorrere il lemma Giacomo del Dizionario etimologico-pratico-dimostrativo del linguaggio fiorentino di Venturino Camaiti (Firenze, Vallecchi, 1934): «Far Giacomo Giacomo, o Diego Diego, o Diego e Giacomo: Ripiegarsi sulle ginocchia per fiacchezza. Far Giacomo Giacomo è modo usato anche anticamente, e lo trovo in una nota dell’edizione del 1550 del Morgante, canto XXIV v. 125»”.[…]

“Non è certo un caso che, a fronte della penuria di attestazioni d’au­tore, i lessici dialettali forniscano una documentazione abbondante e geograficamente estesa del detto che chiama in causa le gambe e Giacomo; sic­ché è essenzialmente su quelli che si può contare per tentare una ricostru­zione della sua storia. […] Considerato lo stato della questione, sarà opportuno valutare innanzitutto, ricorrendo a un numero sufficientemente rappresentativo di dizionari dialettali, la portata della diffusione del modulo sull’intero territorio italiano”.

A questo punto l’Autrice elenca testimonianze tratte da repertori dialettali di Piemonte, Lombardia, Triveneto, Emilia, Toscana, Umbria, Abruzzo, Campania, Sicilia e, fuori dei confini nazionali, Corsica: questa grande diffusione sul territorio italiano sembrerebbe escludere l’origine del modo nell’area friulano veneta come era stato ipotizzato in particolare dal Bellina.

“L’origine geografica della locuzione resta in effetti un problema da risolvere: ma non il solo: occorrerebbe anche capire cosa c’entra l’antroponimo Giacomo con le gambe che tremano e a chi dobbiamo, ossia da dove ci viene, un’invenzione apparentemente così strampalata. […] Tra le varie spiegazioni suggerite, la più condivisa è quella alla quale la ricerca etimologica, in casi di difficile decifrazione, tende a ricorrere con una certa facilità: la motivazione fonosimbolica”, ovvero quella che riconduce la locuzione al suono giac giacche farebbero le ginocchia cedendo alla stanchezza.

La Castellani Pollidori passa in rassegna i sostenitori di questa ipotesi a partire dal Tommaseo-Bellini fino al GDLI e conclude la disamina con le parole del DELI (s.v. gamba): “Per avere le gambe che fanno giacomo giacomo […], loc. ampiamente diffusa anche nei dial., non s’è trovato ancora di meglio della proposta onom[atopeica]”.

Jacques in Francia è il nome tipico del ‘contadino’, anche con l’accezione negativa di ‘semplicione’, ‘debole di mente’ e di fisico, colui che trscina le gambe

Per l’Autrice invece “decisamente innovativa suona l’ipotesi etimologica avanzata a suo tempo, sia pure con una certa cautela, dal DEI: «Detto delle gambe che si piegano per la stanchezza o per la debolezza, fanno g. g.; dal personale Giacomo (lat. Jacōb) forse per accostamento alla stanchezza dei pellegrini che si recavano a S. Giacomo di Compostella in Galizia […]» (s. v.giàcomo1, vol. III, 1952)”.

Sulla que­stione etimologica sono state successivamente avanzate due diverse proposte di Ottavio Lurati (1991) e di Massimo Bellina (1997) che meritano, secondo la Castellani Pollidori, un attento esame.

“Il Lurati è sulla linea del DEI nel ritenere che nella spersonalizzazio­ne dell’antroponimo che connota il detto si dissimuli il nome di San Giacomo. Ma mentre con l’ipotesi abbozzata dal DEI si profila all’origine della formula un dato storico – i pellegrinaggi medievali a Santiago di Compostella -, secondo il Lurati è l’antropologia culturale a svelarci l’ar­cano di un detto che, «a guardarlo più da vicino, si rivela un riferimento a radicate concezioni mitiche, al ponte di San Giacomo, all’ideologia della morte quale si è organizzata nelle società subalterne». […] A sostegno della sua interpre­tazione il Lurati allega alcune testimonianze raccolte in Sicilia, sullo scorcio degli anni Sessanta, presso donne anziane di varie località del circondario di Enna. Si tratta di questo: nell’immaginario locale, «al momento dell’agonia, San Giacomo viene a prendere l’anima del moribondo e la porta in cielo lungo la strada della Via Lattea, detta appunto la “strada di San Giacomo”. Se però al morto si allacciavano i piedi, l’anima non poteva viaggiare, […] rimaneva nell’aria, come l’anima di Giuda, il traditore». Lo studioso ticinese non ha dubbi sul rapporto tra il detto delle gambe che fanno giacomo e tale ingenua credenza popolare: «Il tema non è dunque quello dei pellegrini in cammino verso San Jacopo, quanto quello della connessione di San Giacomo con la morte» […]. Una connessione che viene «confermata da una testimonianza assai distante geograficamente, collocata com’è all’altro capo d’Italia, nelle valli grigionesi»”; in tale area infatti esisteva un giuoco fanciullesco che rappresentava la morte di San Giacomo, per cui fer giacum giacum in tale contesto significava morire. Un altro riscontro Lurati lo individua in area calabrese dove sono testimoniate espressioni evocanti il passaggio dalla vita alla morte come un transito del ponte di San Giacomo. In conclusione, secondo l’ipotesi di Lurati, la strada di san Giacomo «non era più la strada per la specifi­ca località galiziana, bensì era la strada verso l’aldilà».

A proposito di questa interpretazione l’Autrice scrive tra l’altro: “Debbo confessare che la ricostruzione del Lurati non mi persuade. Sembra davvero difficile che un modo di dire votato da secoli al burlesco come le gambe fanno giacomo giacomo possa aver tratto origine da un complicato intreccio di temi religiosi, miti e superstizioni popolari, il tutto dominato da cupe visioni di morte. Nessuna sfumatura di drammaticità sopravvive nell’impiego secolare dell’espressione far giacomo giacomo.

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