Cucina italiana: la colomba, il dolce simbolo di Pasqua!

colomba_pasquale_ricetta.jpg

La colomba è un dolce che per Pasqua non può mancare. Il simbolo della tradizione italiana a tavola! È nota in tutta Italia anche se forse in pochi la preparano in casa! In genere questa e’ una ricetta molto laboriosa ma il risultato sarà una soddisfazione incredibile!

Questa è la nostra ricetta per fare una colomba artigianale squisita! Provatela e vedrete che i vostri sforzi saranno ripagati da una grandissima soddisfazione!

Contattateci per maggiori informazioni sui nostri corsi di cucina italiana!

 

Annunci

Un viaggio attorno all’arte italiana!

patrimonio artistico italiano

Il patrimonio artistico fino ad oggi

La tradizione artistica è profondamente ancorata in Italia. Gli abitanti dell´Italia produssero degli oggetti decorativi già nell´era neolitica. L´arte italiana fu sempre più elaborata durante la nascita dell´Impero Romano. Molti influssi provenienti dalle varie regioni dell´Europa e famosi artisti italiani arricchirono la penisola e lasciarono all´Italia tanti tesori artistici di notevole importanza fino ad oggi. Mentre molte regioni italiane si svilupparono indipendentemente l´una dall´altra dopo la caduta dell´Impero Romano, il Rinascimento italiano portò ad un´ulteriore fioritura dell´arte italiana. Michelangelo, Raffaello e Leonardo da Vinci caratterizzarono il Rinascimento nella stessa maniera in cui Bernini e Borromini lo fecero con il Barocco italiano.

Arte romana in Italia

Clicca qui leggere tutto l’articolo sul’arte italiana!

Vacanze di fatto!

vacanze_di_fatto_amoreepsiche_learnitalianinitaly.jpg

In viaggio con chi vuoi  tu fra Roma, Milano, Firenze, Venezia e Trieste con Tandem Italy!

Quest’offerta permette ad ogni tipo di coppia (offerta valida per due persone che viaggiano insieme) di visitare due o più città italiane frequentando un corso di italiano e avendo sempre la possibilità di inserirsi in un gruppo di livello adeguato e di partecipare alle molteplici attività organizzate.

Clicca qui per saperne di più!

Made in Italy

made-in-italy

Made in Italy è un’espressione che evoca in tutto il mondo l’idea dei prodotti italiani. Il motivo della fama di questa espressione che nel tempo è diventata un vero e proprio brand, è la qualità che caratterizza le eccellenze artigianali e industriali italiane.

Dalle calzature al pret à porter, dalle biciclette alle automobili, senza dimenticare le eccellenze enogastronomiche, i prodotti italiani che si fregiano di questo titolo sono particolarmente ricercati sui mercati mondiali per la qualità e l’affidabilità, per la fantasia e l’originalità del design, per la loro durata e sicurezza, per il gusto e il sapore inconfondibili.

Per far conoscere e promuovere il Made In Italy, durante tutto l’anno in Italia è un susseguirsi di incontri, fiere, show room, all’insegna del buon gusto, della qualità, della ricerca e della tradizione…..

Per leggere tutto l’articolo sul Made in Italy, clicca qui!

 

L’italiano con le canzoni!

 

Learn Italian with songs!

Ripassiamo il passato remoto con questa canzone di Claudio Baglioni: Mille giorni di te e di me. Riempi gli spazi con i verbi al passato remoto.
Io mi in te poi ti ho nascosto
da tutto e tutti per non farmi più trovare
e adesso che torniamo ognuno al proprio posto
liberi finalmente e non saper che fare.
Non ti un motivo né una colpa
ti ho fatto male per non farlo alla tua vita,
tu eri in piedi contro il cielo e io così
dolente mi
imputato alzatevi
chi ci sarà dopo di te
respirerà il tuo odore
pensando che sia il mio,
io e te che invidia al mondo
avremmo vinto mai
contro un miliardo di persone,
e una storia va a puttane
sapessi andarci io.
Ci un po’ come ci
senza far niente, e niente poi c’era da fare
se non che farlo e lentamente noi
lontano dove non ci si può più pensare
prima che lui ci finisse
perché quel nostro amore non avesse fine,
volevo averti e solo allora mi
quando mi che ero lì per prenderti.
Chi mi vorrà dopo di te
si prenderà il tuo armadio e quel disordine
che tu hai lasciato nei miei fogli
andando via così,
come la nostra prima scena
solo che andavamo via di schiena, incontro a chi
insegneremo quello che
noi due insieme e non capire mai
cos’è, se c’è stato per davvero
quell’attimo di eterno che non c’è
mille giorni di te e di me.
Ti presento
un vecchio amico mio
il ricordo di me
per sempre per tutto quanto il tempo
in questo addio
io mi innamorerò di te.

 

Contattaci per maggiori informazioni sui nostri corsi di lingua italiana per stranieri!

Perchè si chiama così il Teatro alla Scala di Milano?

scala.630x360.jpg

Il Teatro alla Scala di Milano prende nome dalla piazza dove è stato costruito, l’omonima piazza della Scala. Questa, a sua volta, si chiama così perché vi sorgeva, dal 1381, la chiesa di Santa Maria alla Scala. Questa chiesa prese il nome della sua committente, Beatrice Regina della Scala, discendente della potente dinastia veronese, oggi estinta, dei della Scala (era nota anche come “famiglia scaligera”).

Un buon matrimonio
Regina della Scala sposò nel 1345, a soli 12 anni, Bernabò Visconti, signore di Milano, e gli diede 15 figli. Quando nel 1776 Maria Teresa d’Austria ordinò la costruzione del teatro, la preesistente chiesa, di stile gotico, fu abbattuta per far posto al nuovo tempio della lirica.

(tratto da Focus)

Learn Italian: Giochiamo coi modi dire!

MODI DI DIRE

Ecco dieci modi di dire della lingua Italiana!

Prova a trovare per ogni frase il  modo di dire che più si adatta a queste situazion1.

Frasi:

1. “Non mi avevi detto che l’appuntamento era in Piazza della Repubblica o ho capito male io?”

2. “Finalmente sei arrivata! Ti abbiamo aspettato per ore!”

3. “No, io con loro non ci esco, non vorrei trovarmi nei guai.”

4. “Volevo fare quella scuola, ma è veramente troppo difficile entrarci: prendono pochissimi studenti e l’esame era così difficile che non sono riuscito a superarlo.”

5. “Non ne voglio sapere niente di questa storia. Pensaci tu!”

6. “Speriamo che l’estate arrivi presto.”

7. “Sara si è sposata con un uomo ricchissimo.”

8. “Dai, sbrigati, perché se facciamo tardi non ci pagano.”

9. “Non hai risposto alla mia domanda e allora ho fatto come mi pareva.”

10. “A cosa stai pensando? Mi vuoi ascoltare un momento per favore?”

Modi di dire:

A. Meglio tardi che mai.

B. Non vedere l’ora.

C. Meglio soli che male accompagnati.

D. Capire fischi per fiaschi.

E. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

F. Chi dorme non piglia pesci.

G. Chi tace acconsente.

H. Avere la testa tra le nuvole.

I. Trovare l’America.

L. Lavarsene le mani.

Contattaci per avere informazioni sui nostri corsi di lingua italiana!

Quando le gambe fanno Giacomo Giacomo in italiano?

giacomo2

Perché la gambe fanno “Giacomo Giacomo” e non “Luca Luca” o “Matteo Matteo”? Come ogni fine settimana, scegliamo un quesito linguistico risolto dall’Accademia della Crusca. «La questione è stata ampiamente trattata in un articolo di Ornella Castellani Pollidori all’interno del volume L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni (Firenze, Le Lettere, 2002, pp. 333-356)», rispondono.

Perché le gambe fanno “Giacomo Giacomo”? 

La Crusca risponde “Le attestazioni del detto in epigrafe ricavabili dalla lessicografia sto­rica sono decisamente scarse. D’altra parte, non c’è da meravigliarsi che emerga di rado nella tradizione letteraria una formula decisamente conno­tata in senso popolare, e perciò viva soprattutto nell’uso parlato, com’è questa che attribuisce alle gambe la curiosa proprietà di fare, in determi­nate situazioni, giacomo giacomo. Basti dire che gli esempi d’autore forniti dai dizionari storici non supe­rano complessivamente il numero di sei. Si va dall’isolata attestazione nella commedia La serva nobile (1660) del fiorentino Giovanni Andrea Moniglia (1624-1700), data dalla V impress. del Vocabolario della Crusca, alle cin­que – nell’ordine: di Moniglia, Giovanni De Gamerra, Collodi, Idelfonso Nieri, Bacchelli – registrate nel Grande Dizionario della Lingua italiana fon­dato dal Battaglia (GDLI); una sesta testimonianza, che risulta poi la più precoce essendo quella offerta, a due riprese, dall’Eneide travestita (1633) dell’umbro Giovan Battista Lalli (1572-1637), si ricava dal Tommaseo-Bellini (s. v. Giacobbe, 4)”.

Si citano poi le attestazioni ancora anteriori nella commedia dialettale La Pace (1561) del veneziano Marin Negro, individuata da Massimo Bellina, e nel Baldus (1517/1518) di Teofilo Folengo, segnalata da Ottavio Lurati a proposito della quale “inutile dire che il mac­cheronico folenghiano garantisce appieno la vitalità popolare dell’espres­sione”.

La Castellani Pollidori stessa ne aggiunge un’altra che “precede di ben 83 anni la cop­pia di attestazioni dell’Eneide travestita del Lalli. Devo la piccola scoperta a un accenno che mi ha colpito nello scorrere il lemma Giacomo del Dizionario etimologico-pratico-dimostrativo del linguaggio fiorentino di Venturino Camaiti (Firenze, Vallecchi, 1934): «Far Giacomo Giacomo, o Diego Diego, o Diego e Giacomo: Ripiegarsi sulle ginocchia per fiacchezza. Far Giacomo Giacomo è modo usato anche anticamente, e lo trovo in una nota dell’edizione del 1550 del Morgante, canto XXIV v. 125»”.[…]

“Non è certo un caso che, a fronte della penuria di attestazioni d’au­tore, i lessici dialettali forniscano una documentazione abbondante e geograficamente estesa del detto che chiama in causa le gambe e Giacomo; sic­ché è essenzialmente su quelli che si può contare per tentare una ricostru­zione della sua storia. […] Considerato lo stato della questione, sarà opportuno valutare innanzitutto, ricorrendo a un numero sufficientemente rappresentativo di dizionari dialettali, la portata della diffusione del modulo sull’intero territorio italiano”.

A questo punto l’Autrice elenca testimonianze tratte da repertori dialettali di Piemonte, Lombardia, Triveneto, Emilia, Toscana, Umbria, Abruzzo, Campania, Sicilia e, fuori dei confini nazionali, Corsica: questa grande diffusione sul territorio italiano sembrerebbe escludere l’origine del modo nell’area friulano veneta come era stato ipotizzato in particolare dal Bellina.

“L’origine geografica della locuzione resta in effetti un problema da risolvere: ma non il solo: occorrerebbe anche capire cosa c’entra l’antroponimo Giacomo con le gambe che tremano e a chi dobbiamo, ossia da dove ci viene, un’invenzione apparentemente così strampalata. […] Tra le varie spiegazioni suggerite, la più condivisa è quella alla quale la ricerca etimologica, in casi di difficile decifrazione, tende a ricorrere con una certa facilità: la motivazione fonosimbolica”, ovvero quella che riconduce la locuzione al suono giac giacche farebbero le ginocchia cedendo alla stanchezza.

La Castellani Pollidori passa in rassegna i sostenitori di questa ipotesi a partire dal Tommaseo-Bellini fino al GDLI e conclude la disamina con le parole del DELI (s.v. gamba): “Per avere le gambe che fanno giacomo giacomo […], loc. ampiamente diffusa anche nei dial., non s’è trovato ancora di meglio della proposta onom[atopeica]”.

Jacques in Francia è il nome tipico del ‘contadino’, anche con l’accezione negativa di ‘semplicione’, ‘debole di mente’ e di fisico, colui che trscina le gambe

Per l’Autrice invece “decisamente innovativa suona l’ipotesi etimologica avanzata a suo tempo, sia pure con una certa cautela, dal DEI: «Detto delle gambe che si piegano per la stanchezza o per la debolezza, fanno g. g.; dal personale Giacomo (lat. Jacōb) forse per accostamento alla stanchezza dei pellegrini che si recavano a S. Giacomo di Compostella in Galizia […]» (s. v.giàcomo1, vol. III, 1952)”.

Sulla que­stione etimologica sono state successivamente avanzate due diverse proposte di Ottavio Lurati (1991) e di Massimo Bellina (1997) che meritano, secondo la Castellani Pollidori, un attento esame.

“Il Lurati è sulla linea del DEI nel ritenere che nella spersonalizzazio­ne dell’antroponimo che connota il detto si dissimuli il nome di San Giacomo. Ma mentre con l’ipotesi abbozzata dal DEI si profila all’origine della formula un dato storico – i pellegrinaggi medievali a Santiago di Compostella -, secondo il Lurati è l’antropologia culturale a svelarci l’ar­cano di un detto che, «a guardarlo più da vicino, si rivela un riferimento a radicate concezioni mitiche, al ponte di San Giacomo, all’ideologia della morte quale si è organizzata nelle società subalterne». […] A sostegno della sua interpre­tazione il Lurati allega alcune testimonianze raccolte in Sicilia, sullo scorcio degli anni Sessanta, presso donne anziane di varie località del circondario di Enna. Si tratta di questo: nell’immaginario locale, «al momento dell’agonia, San Giacomo viene a prendere l’anima del moribondo e la porta in cielo lungo la strada della Via Lattea, detta appunto la “strada di San Giacomo”. Se però al morto si allacciavano i piedi, l’anima non poteva viaggiare, […] rimaneva nell’aria, come l’anima di Giuda, il traditore». Lo studioso ticinese non ha dubbi sul rapporto tra il detto delle gambe che fanno giacomo e tale ingenua credenza popolare: «Il tema non è dunque quello dei pellegrini in cammino verso San Jacopo, quanto quello della connessione di San Giacomo con la morte» […]. Una connessione che viene «confermata da una testimonianza assai distante geograficamente, collocata com’è all’altro capo d’Italia, nelle valli grigionesi»”; in tale area infatti esisteva un giuoco fanciullesco che rappresentava la morte di San Giacomo, per cui fer giacum giacum in tale contesto significava morire. Un altro riscontro Lurati lo individua in area calabrese dove sono testimoniate espressioni evocanti il passaggio dalla vita alla morte come un transito del ponte di San Giacomo. In conclusione, secondo l’ipotesi di Lurati, la strada di san Giacomo «non era più la strada per la specifi­ca località galiziana, bensì era la strada verso l’aldilà».

A proposito di questa interpretazione l’Autrice scrive tra l’altro: “Debbo confessare che la ricostruzione del Lurati non mi persuade. Sembra davvero difficile che un modo di dire votato da secoli al burlesco come le gambe fanno giacomo giacomo possa aver tratto origine da un complicato intreccio di temi religiosi, miti e superstizioni popolari, il tutto dominato da cupe visioni di morte. Nessuna sfumatura di drammaticità sopravvive nell’impiego secolare dell’espressione far giacomo giacomo.

Perché si dice “datti all’ippica”?

Quando una persona è proprio negata a fare qualcosa glielo si dice con tutto il cuore: «ma datti all’ippica!». Perché si usa questo modo di dire?

Quando si considera una persona incapace di fare qualcosa… spesso il consiglio è: «datti all’ippica»!Per la verità è un’espressione che si usava tanti anni fa. Ma dove nasce questo modo di dire, e quando?
Secondo alcuni, “datti all’ippica” (ossia allo sport dell’equitazione) è un’espressione “inventata” dal poeta napoletano Giovan Battista Marino nel ’600: consigliava di darsi all’ippica ai poeti incapaci, secondo lui, di comporre versi intelligenti. A quell’epoca, infatti, lavorare nell’ambiente dei cavalli era considerato un mestiere umile.
Per altri, invece, darsi all’ippica deriva da una frase detta nel 1931 dallo sciocco uomo politico fascista Achille Starace. Giunto in ritardo a un convegno di medicina al quale era stato invitato, per giustificarsi disse di essere andato a cavalcare, come ogni giorno. E che non avrebbe mai potuto rinunciarvi. E agli stizziti medici disse anche: «fate ginnastica, non medicina. Abbandonate i libri edatevi all’ippica». Con questa frase intendeva dire che era preferibile una vita sportiva e all’aria aperta piuttosto che una vita di studi e libri.

21 febbraio: Giornata Internazionale della Lingua Madre!

RV3970_Articolo

La Giornata internazionale della lingua madre, indetta dall’Unesco nel 1999, viene celebrata  il 21 febbraio di ogni anno per promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo. Nel 2007 è stata riconosciuta dall’Assemblea generale dell’Onu, contemporaneamente alla proclamazione del 2008 come Anno internazionale delle lingue. La data è stata scelta per ricordare il 21 febbraio 1952, quando un gruppo di studenti bengalesi dell’Università di Dacca persero la vita mentre protestavano contro le forze di polizia del Pakistan (che allora comprendeva anche il Bangladesh) per il riconoscimento del bengalese come lingua ufficiale.

La Giornata internazionale della lingua madre vuole mettere in primo piano il vivere insieme. A tutti gli effetti il vivere insieme significa anche riconoscere l’altro, nella sua identità e nella sua lingua materna.